Categoria Cultura Fotografica

A Torino in mostra due delle Polaroid utilizzate da Andy Warhol

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Nel contesto della mostra dal titolo Andy Warhol è…Super Pop che si terrà a Torino dal 24 Ottobre 2020 al 31 Gennaio 2020, ci sarà modo per i visitatori di vedere dal vivo due delle iconiche fotocamere Polaroid utilizzate dal celebre artista.

polaroid

Il brand ha vissuto grandi difficoltà negli anni scorsi con il cambiamento del mercato ma l’idea e il concetto stesso di Polaroid non è mai tramontato veramente (tanto da essere utilizzato in app di successo come Instagram). Per gli appassionati di arte potrà quindi essere un’occasione unica per vedere dal vivo non fotocamere qualsiasi, ma proprio quelle di Andy Warhol.

Andy Warhol ha utilizzato le fotocamere Polaroid per esprimere la sua arte sia per i dipinti serigrafici sia per la parte dedicata alle immagini commerciali (come nel caso della serie dedicata alla Absolut Vodka del 1986).

L’artista ha utilizzato la fotocamera Polaroid BIG SHOT per il ritratto utilizzando un obiettivo 220 mm e sfruttando l’otturatore meccanico a singola velocità e fuoco fisso. Questo modello è stato impiegato per esempio per la realizzazione dei Red Books.

Il secondo modello è invece la Polaroid SX-70 (prodotta dal ’72 all”81 nella versione originale). Il suo design è sicuramente tra i più riconoscibili ed ha ricevuto l’onore di essere visibile anche al MOMA di New York. La possibilità di essere ripiegata e quindi diventare molto compatta era poi un’ulteriore caratteristica distintiva.

Andy Warhol è…Super Pop è alla Palazzina di Caccia Stupinigi (Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi, Torino). Tutte le informazioni sono presenti sul sito ufficiale della mostra con la possibilità di prenotare anche i biglietti per le visite.

Fonte: fotografidigitali.it

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Photofestival 2020: secondo ciclo di mostre a Palazzo Castiglioni

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Periodo complicato ma che non ferma la formula rinnovata del Photofestival 2020 con l’avvio del secondo ciclo di mostre che partiranno il 19 Ottobre e proseguiranno fino al 3 Novembre. Il tutto nella cornice di Palazzo Castiglioni a Milano, rinominato come “Palazzo della Fotografia”.

All’interno ci saranno cinque nuove esposizioni affrontando tematiche differenti ma con al centro il grande denominatore comune: la fotografia. Per esempio troviamo lo sport catturato in bianco e nero, un diario di viaggio in culture differenti dalla nostra, la Milano che si sviluppa in verticale, la ricerca dell’infinito o la fotografie di scena. L’inaugurazione sarà Lunedì 19 Ottobre (18.00) mentre sarà possibile visitare l’esposizione da Lunedì a Venerdì dalle 8.30 alle 18.00.

Le esposizioni in mostra al Photofestival 2020

In questo nuovo ciclo espositivo del Photofestival 2020 ci sarà modo di vedere le fotografie di Alessandro Trovati realizzate in collaborazione con Canon, dedicate allo sport in bianco e nero. Ci saranno 16 foto in grande formato che raccontano il progetto di Trovati che sta evolvendo con il passare del tempo. Niente colore lasciando parlare ombre e luci oltre ovviamente agli sportivi protagonisti delle immagini catturate.

Marzia Rizzo invece punta su una fotografia essenziale legata a tematiche filosofico-matematiche tra Fibonacci e sezione aurea. Si punta sull’estetica e sulla musicalità della fotografia e si parte così da soggetti complessi fino pian piano arrivare al silenzio unendo lo spazio alla mancanza di suoni.

Angelo Impiduglia invece guarda alla Milano Verticale. Il fotografo guarda allo sviluppo verticale come una tendenza naturale dell’essere umano verso il cielo. Si può notare il cambiamento della realtà cittadina con il passare degli anni e delle esigenze ma anche alcune possibili implicazioni negative legate a questa idea. Ma si guarda comunque dal basso verso l’alto.

Paolo Pobbiati invece si concentra su istantanee di mondi perduti. Si parla di mondi lontani e di culture di difficile comprensione per la nostra cultura: per esempio i pigmei del Congo, i kalash (Pakistan e Afghanistan), i gurung e newari dell’Himalaya, i beduini del Sinai, i nomadi tibetani e mongoli, gli uomini renna della Mongolia, gli hafar della Dancalia. Culture che stanno sparendo o modificando per seguire il cambiamento del Mondo.

Benedetta Pitscheider con l’occhio discreto guarda alla fotografia di scena tra palco e dietro le quinte, sale prova, scenografie e studi di posa. Si guarda alla fisicità dei ballerini del Milano Contemporary Ballet unendo gesto tecnico e passione.

Fonte: fotografidigitali.it

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Prototipo di fotocamera Nikon L a telemetro è stato venduto per 320 mila euro

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Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, il Giappone tentava di ripartire, anche grazie alle varie conoscenze di tipo tecnico. Proprio in quel periodo così difficile venne sviluppato un prototipo di fotocamera a telemetro Nikon L con attacco Leica. Probabilmente a quel tempo non immaginavano sarebbe poi arrivato a diventare il pezzo d’eccellenza di un’asta nel 2020.

nikon foto

Questo prototipo di fotocamera a telemetro Nikon L è infatti stato venduto alla Wetzlar Camera Auctions per 320 mila euro (anche se in un comunicato si parla addirittura di 397 mila euro). Visto il prezzo di partenza alto, i rilanci sono stati “solamente” 12 ma l’interesse di due offerenti in particolare ha portato a superare la stima iniziale che dava un valore tra i 250 mila e i 300 mila euro. Il tutto nonostante le condizioni dell’oggetto fossero giudicate su un livello “C”.

L’unità è precisamente una Nikon L11004 con una struttura semplice ma con tante piccole particolarità. Per esempio troviamo la scritta Nikon in stampatello frontalmente (come per le Nikon 1), nella zona superiore NIPPON KOGAKU TOKYU e il codice identificativo. Infine nella zona inferiore troviamo la scritta “made in occupied Japan”. Manca invece il logo Nippon Kogaku, che apparirà successivamente.

La particolarità di questa Nikon L risiede nel fatto che si tratta di un prototipo iniziale (probabilmente la quarta unità della serie L1100). Un modello decisivo per lo sviluppo delle fotocamere 35 mm del produttore nipponico dove la scelta sul tipo di attacco (Leica o Contax) non era ancora stata presa. Neanche nel museo della società ne esiste uno di questo tipo, si parte da quelli L1101. La fotocamera è stata venduta abbinata a un’ottica Canon Serenar 50 mm f/1.9.

Fonte: fotografidigitali.it

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CoviDiaries arriverà al Festival di Fotografia Bergamo dal 16 Ottobre

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CoviDiaries, progetto fotografico a cura di Parallelozero, sarà presente al Festival di Fotografia Bergamo (Fotografica) dal 16 Ottobre all’8 Novembre. Come intuibile dal nome, si tratta di un progetto fotografico che racconta il periodo della pandemia come vissuto nei mesi scorsi da molte persone.

CoviDiaries

Parallelozero ha voluto raccontare le storie delle persone attraverso quello che potrebbe essere associato a un vero e proprio diario da sfogliare. Ora una parte di quel progetto sarà messo in mostra a Bergamo che, come sappiamo, è stata una delle zone più colpite dalla pandemia. In particolare sono stati scelti due “luoghi simbolo”: Piazza Vittorio Veneto e l’Ospedale Papa Giovanni XXIII.

CoviDiaries: il racconto per immagini

In Piazza Vittorio Veneto saranno presenti trenta fotografie riunite dal filone titolato “le nostre vite sospese”. Gli scatti saranno ordinati cronologicamente dall’inizio del lockdown fino al 3 Giugno (quando l’Italia tornò timidamente a muoversi).

In CoviDiaries saranno rappresentati momenti divenuti iconici come l’utilizzo dello streaming per moltissime occasioni (le messe o le lezioni per esempio), alle città che perdono la loro vitalità fino alla chiusura delle attività produttive o alla loro conversione. E non poteva mancare il riferimento agli ospedali e all’attività degli operatori impiegati nell’emergenza sanitaria fino agli striscioni sui balconi e le canzoni dalle finestre.

All’Ospedale Papa Giovanni XXIII invece verranno mostrati gli scatti dal titolo “faccia a faccia con il virus”. Ovviamente il luogo di per sé è già significativo, ma ancora di più unito alle fotografie delle terapie intensive, dei malati che ce l’hanno fatta e infine del personale che era in prima linea.

La selezione di immagini sarà posta in una zona protetta all’ingresso principale dell’ospedale bergamasco, rinominata costellazione del Caduceo. Costellazione perché sarà rappresentato come un “cielo stellato” con le foto che saranno le costellazioni andando a formare una freccia.

La direzione dell’ospedale, per voce di Maria Beatrice Stasi (direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII), ha dichiarato “abbiamo accolto con piacere la proposta di ospitare all’esterno dell’Ospedale una mostra per non dimenticare il dramma dell’emergenza sanitaria e il grande impegno degli operatori della sanità. […] Nei momenti difficili siamo tutti in cerca di riferimenti che permettano di orientarsi, proprio come le costellazioni”.

Fonte: fotografidigitali.it

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Obiettivi fotografici: la guida definitiva a tutte le sigle che trovate sulle ottiche

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La sigla di ogni obiettivo fotografico contiene, di norma, molte importanti informazioni. Certamente lunghezza focale e apertura massima, i primi due criteri di scelta di ogni obiettivo. Poi informazioni sull’attacco (quindi sulla compatibilità con la fotocamera), sulla costruzione, sull’utilizzo di eventuali elementi “speciali” e altro ancora.

Non è purtroppo facilissimo districarsi tra queste sigle, sia perché possono fare riferimento a tecnologie poco note, sia perché ogni produttore utilizza una sua nomenclatura specifica, indicando in modo diverso caratteristiche comuni a pressoché tutti i costruttori.

Con questa guida mirata vogliamo occuparci proprio di questo: interpretare correttamente le sigle legate agli obiettivi fotografici (che siano esplicitate nel nome o, più in generale, contenute in schede tecniche o materiale promozionale). Per far questo, introdurremo innanzitutto alcune caratteristiche comuni, che successivamente richiameremo all’interno delle parti dedicate alla nomenclatura di tutti i principali produttori.

NOTA. Nel caso di Canon e Nikon, al fine di favorire la lettura evitando frequenti distinguo, faremo implicito riferimento alle ottiche reflex. Le ottiche mirrorless Full Frame Canon RF e Nikon Z utilizzano convenzioni e sigle del tutto analoghe.    

CARATTERISTICHE GENERALI

Quasi tutti gli obiettivi moderni sono autofocus. Ci possono però essere importanti differenze in termini di MOTORE AF utilizzato, che influenza in modo determinante rumorosità, prestazioni e l’importante funzione di correzione manuale della messa a fuoco ad AF inserito.   

La base della piramide è in questo caso rappresentata dai tradizionali motori a corrente continua, con connessione meccanica (ingranaggi) tra motore stesso e ghiera di messa a fuoco. Hanno equipaggiato pressoché tutti gli obiettivi autofocus di prima generazione, per poi lasciare progressivamente spazio a soluzioni più avanzate.


Motori AF a confronto. A sinistra: USM ad anello – nessun contatto tra statore e rotore. Al centro: micromotore (in questo caso STM) e collegamento a ingranaggi – traslazione lineare tramite chiocciola a spirale. A destra: micromotore (sempre STM) con azionamento lineare tramite vite senza fine. Fonte: Canon.  

Un grande balzo in avanti in termini di prestazioni, silenziosità e praticità è stato compiuto con l’introduzione dei cosiddetti “ultrasonici (ad anello)“, così identificati perché basati su anelli rotore/statore comandati da un elemento piezoelettrico oscillante a frequenze dell’ordine delle decine di KHz. Oltre a essere tipicamente veloci e silenziosi, questi motori non richiedono ingranaggi sempre in presa tra rotore e statore, il che consente ai costruttori di ottenere due vantaggi pratici: la ghiera di messa a fuoco manuale non rotante durante l’autofocus (il che rende possibile creare ghiere ampie e facilmente impugnabili) e la possibilità di correggere manualmente la messa a fuoco senza disinserire l’autofocus (funzione nota come manual focus override o full-time manual focus).

Oggi, molti motori AF sono di questo tipo, ma ancora si trovano motori tradizionali o motori ultrasonici (non ad anello) che utilizzano ingranaggi sempre in presa e non offrono la funzione manual focus override.

Si stanno inoltre diffondendo motori passo-passo e azionamenti lineari, magari comandati da elementi piezoelettrici analoghi a quelli dei motori ultrasonici anulari. Il test è semplice: con AF inserito, se la ghiera di messa a fuoco manuale è libera di ruotare, il motore è ultrasonico ad anello (o successiva evoluzione).

Molti obiettivi moderni sono dotati di STABILIZZATORE OTTICO, che riduce la probabilità di micro-mosso impugnando a mano libera. Tutti conoscono l’utilità di un simile strumento, forse però non tutti sanno che lo stabilizzatore in ottica tende per sua natura a essere meno efficace sulle brevi distanze, il che ne rende superflua l’adozione su grandangolari e ottiche standard, a meno ovviamente non si desideri effettuare riprese video. Gli stabilizzatori più avanzati, tipicamente montati su teleobiettivi, offrono più modalità operative, ad esempio ottimizzate per il video o per il panning (stabilizzano solo l’asse verticale). 


Lenti a bassa dispersione / apocromatiche. Fonte: Panasonic.

Una caratteristica vantata da alcuni obiettivi è l’apocromatismo, solitamente riassunta dalla sigla APO. Di che si tratta? Si dice apocromatico un sistema ottico che riduce al minimo (idealmente annulla) le aberrazioni cromatiche, cioè il fenomeno per cui lunghezze d’onda differenti vengono messe a fuoco su piani diversi, provocando i caratteristici margini colorati e una generale perdita di nitidezza. È ovviamente una caratteristica desiderabile, ma è giusto sapere un paio di fatti a riguardo. Innanzitutto, trattandosi di un problema generato dalla diffrazione ad angoli diversi delle diverse componenti spettrali, più lungo è il percorso che la luce dovrà compiere e più evidente sarà il problema. Per i teleobiettivi, cioè, è più importante.

Una seconda informazione utile, senza voler fare inutile dietrologia, è che non esiste un limite stabilito da una norma ISO oltre il quale è “corretto” usare la dicitura APO – la scelta è lasciata al produttore. A questo si deve aggiungere che “apocromatico” e “acromatico” non sono sinonimi. I primi correggono infatti tre lunghezze d’onda (rosso, verde, blu), i secondi solo gli estremi dello spettro (rosso e blu). Creare obiettivi acromatici è più semplice (in effetti, molti obiettivi in commercio sono acromatici), e generalmente lo scopo viene raggiunto con l’utilizzo di elementi a bassa dispersione (LD, Low Dispersion, o successive evoluzioni). Questo può generare confusione e, a volte, alcuni termini vengono usati dai produttori in modo un po’ “disinvolto” con finalità promozionali.

Poche certezze: se costruire un “vero” APO è tutt’oggi piuttosto complesso, costruire uno zoom APO è un’impresa davvero molto complessa. Zoom con dicitura APO da poche centinaia di Euro, molto di moda qualche anno fa, sono con tutta probabilità semplicemente obiettivi in cui sono stati usati vetri a bassa dispersione. Il nostro consiglio è quello di non badare troppo a questo tipo di dicitura.

Ben più importante la MESSA A FUOCO INTERNA, o la MESSA A FUOCO POSTERIORE(non sono sinonimi, anche se una messa a fuoco posteriore è sempre anche interna). In entrambi i casi, l’elemento frontale dell’obiettivo non si estende, né ruota, durante la messa a fuoco. Oltre a facilitare la ripresa di soggetti ravvicinati e l’utilizzo di filtri dipendenti dall’orientamento, questo assicura generalmente una messa a fuoco più rapida (soprattutto quando vengono mossi solo più compatti elementi posteriori) e più precisa (dal punto di vista meccanico, lo scorrimento del barilotto è più problematico dello scorrimento interno del gruppo ottico coinvolto). In senso lato, questo è un indice della qualità costruttiva dell’ottica – gli obiettivi di alto livello solitamente sono di questo tipo.


Costruzione resistente a polvere e pioggia. Fonte: Fujifilm.

La cosiddetta TROPICALIZZAZIONE è la resistenza agli agenti atmosferici. Appartengono alla stessa categoria i rivestimenti idrorepellenti della lente frontale che, se non possono impedire alla lente di sporcarsi, perlomeno nel favoriscono la pulizia.

Altro vanto di alcuni obiettivi, considerato tanto importante da meritare una dicitura specifica, è l’utilizzo delle cosiddette LENTI ASFERICHE. Tale tipo di lente è utilizzata, a seconda della posizione all’interno dello schema ottico, tanto per correggere le aberrazioni sferiche quanto per correggere le distorsioni.

Il vantaggio è che la correzione è più efficace di quella (comunque possibile) che si otterrebbe utilizzando un maggior numero di lenti sferiche compensatrici. Gli obiettivi con lenti asferiche, dunque, non solo garantiscono tipicamente maggiore qualità, ma sono anche più compatti (in effetti, a volte le lenti asferiche vengono impiegate principalmente a questo scopo).


Lenti sferiche e asferiche a confronto. Fonte: Panasonic.

Dato che le aberrazioni sferiche crescono dal centro alla periferia della lente, e che dunque le lenti di dimensione maggiore ne soffrono maggiormente, l’utilizzo di lenti asferiche a fini correttivi è teoricamente vantaggioso soprattutto per i normali e i piccoli tele molto luminosi, cioè tipicamente gli obiettivi da ritratto (50mm f/1.4, 85mm f/1.4, 135mm f/1.8 e simili). Su questo punto ci sono però diverse correnti di pensiero. Il fatto è che la correzione perfetta non esiste, e che in caso di sovra-correzione dell’aberrazione sferica, la transizione tra fuoco e fuori fuoco acquista contrasto e può farsi irregolare. I fotografi parlano in gergo di bokeh “nervoso”. Dunque, pur essendo vero che lenti asferiche ben utilizzate sono molto utili per migliorare la nitidezza ai bordi di un piccolo tele da ritratto, alcuni ritrattisti preferiscono schemi ottici con sole lenti sferiche, sostenendo (comprensibilmente) che la nitidezza alla periferia dell’immagine è inessenziale.         

Infine, va citato il TRATTAMENTO ANTI-RIFLESSO, fondamentale in ogni ottica moderna. Il problema di fondo è facilmente comprensibile: a ogni interfaccia aria-vetro all’interno dell’obiettivo (ed esistono due interfacce aria-vetro per ogni gruppo di lenti), parte della luce viene riflessa anziché essere trasmessa. Gli effetti vanno da un bagliore diffuso che riduce il contrasto complessivo dell’immagine (in caso di luce diffusa) ai caratteristici artefatti mostrati nella figura di esempio (in caso di sorgente di luce intense e puntuali).  


Tecnologia antiriflesso tradizionale (multistrato) e nanometrica. Fonte: Sony.

Indicando con (T) la percentuale di luce trasmessa dalla singola interfaccia aria-vetro (sempre minore di 1), e con (n) il numero di interfacce aria-vetro, la percentuale totale di luce trasmessa è pari a:
TTOT = T^n.

In assenza di trattamenti anti-riflesso, si può indicativamente stimare che, in media, un 5% della luce venga rifratta a ogni interfaccia (la percentuale aumenta all’aumentare dell’indice di rifrazione). Zeiss calcolò un 7% quando, nel 1896, sviluppò il suo noto schema Planar (basato su vetri ad alto indice di rifrazione); dato che lo schema originale prevede 4 gruppi, TTOT = 0,93^8 = 0,56. Solo il 56% della luce incidente avrebbe cioè raggiunto la pellicola. Per questo, e nonostante le innegabili doti ottiche lo schema Planar fu accantonato per quasi mezzo secolo, fino a quando, dopo la seconda guerra mondiale, non divenne commercialmente disponibile il trattamento antiriflesso T Coating (inventato dalla stessa Zeiss) che riduceva le perdite per rifrazione a meno dell’1%.

Successivamente sono nati i trattamenti antiriflesso multistrato, basati sul principio dell’interferenza distruttiva – in estrema sintesi, ogni strato, di opportuno indice di rifrazione, è spesso esattamente 1/4 della lunghezza d’onda (media) della luce incidente, così ogni strato riflette luce che percorre “mezza lunghezza d’onda” in più di quella riflessa dallo strato precedente, sommandosi in opposizione di fase. Con questa tecnica, Pentax già nei primissimi anni ’70 riusciva a ottenere T=0,998.

Oggi il trattamento antiriflesso multistrato rappresenta la base comune per tutti i produttori, e viene spesso superato con sofisticate tecniche di deposito su scala nanometrica di cui parleremo tra poco, nella parte dedicata alla nomenclatura dei vari produttori.

Fonte: fotografidigitali.it

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Un obiettivo grandangolare 180° piatto è stato sviluppato dal MIT

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Grazie al lavoro di un team di ricerca del MIT e dell’Università del Massachusetts in futuro potrebbe arrivare un obiettivo grandangolare fisheye con angolo di visione di 180° composto da un elemento completamente piatto. Una vera rivoluzione per il design ottico di questo genere di soluzioni.

Il segreto di questo obiettivo grandangolare fisheye è un unico elemento realizzato in fluoruro di calcio dello spessore di 1 mm. Su un lato è presente uno strato di tellururo di piombo e strutture in grado di indirizzare la luce verso il sensore pur non modificando la forma esteriore. Grazie a tecniche litografiche le strutture (visibili nel video che trovate in questa notizia) sono state realizzate su scala nanometrica e hanno forme ad hoc per “giocare” con il fenomeno del ritardo di fase.

Attualmente il prototipo sviluppato è pensato per catturare luce nello spettro dell’infrarosso. I ricercatori hanno affermato che però potrà essere modificato per la parte visibile dello spettro. Certo, saranno necessarie modifiche ai materiali impiegati e parte della struttura, ma il design ottico generale potrebbe rimanere lo stesso per realizzare un obiettivo grandangolare fisheye da 180°.

Le applicazioni sarebbero diverse: dagli smartphone ai notebook passando per strumenti di imaging medico o occhiali per la realtà virtuale o realtà aumentata e ovviamente anche fotocamere e obiettivi. La struttura di questa metalente potrebbe quindi rivoluzionare il design dei dispositivi nei quali sarà integrata.

obiettivo grandangolare

Tian Gu (uno dei ricercatori del progetto) ha dichiarato “attualmente, tutti i sensori 3D hanno un campo visivo limitato, motivo per cui quando metti il ​​viso lontano dallo smartphone, non ti riconoscerà. Quello che abbiamo qui è un nuovo sensore 3D che consente la cattura panoramica della profondità, che potrebbe essere utile per i dispositivi elettronici di consumo”.

Fonte: fotografidigitali.it

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Il libro fotografico di Paolo Nespoli sulla ISS è disponibile in Italia

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A metà Agosto 2020 avevamo scritto dell’arrivo su Kickstarter del libro fotografico realizzato dall’astronauta italiano Paolo Nespoli dedicato alla ISS (Stazione Spaziale Internazionale) e in particolare ai suoi ambienti interni.

paolo nespoli iss

Ora Interior Space. A Visual Exploration of the International Space Station (questo il titolo del libro) è disponibile anche per gli utenti italiani che lo vorranno acquistare. Inizialmente infatti le spedizioni su Kickstarter erano limitate agli utenti statunitensi.

Questa volta non ci si è rivolti alla piattaforma di crowdfunding ma direttamente al sito di Paolo Nespoli dove il libro fotografico è in vendita a 50 euro. Pur essendo venduto in Italia, non c’è stata la traduzione delle didascalie e delle parole degli altri collaboratori del progetto e quindi sarà disponibile solo in inglese.

All’interno del libro da 300 x 250 mm gli utenti troveranno 192 pagine e 121 illustrazioni. In 35 pagine invece gli utenti troveranno alcuni commenti ed esperienze raccontate da Dava Newman, Justin St. P. Walsh, Jeffrey Nesbit, Walter Cugno e Alice Gorman. Alcune fotografie preenti sono particolari come quella dello Space Shuttle Endeavour collegato alla Stazione Spaziale Internazionale, un ricordo di un tempo passato (non da molto) e per festeggiare i 20 anni di permanenza continua nello Spazio da parte del genere umano. 

Per chi è appassionato di Spazio e di tecnologia potrebbe essere un’occasione per mettere nella propria libreria un libro molto interessante sia dal punto di vista fotografico (grazie alla collaborazione con Roland Miller) sia dal punto di vista scientifico.

Fonte: fotografidigitali.it

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Catturata la prima fotografia da 3,2 Gigapixel, ma è per scopi scientifici!

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Sappiamo che la risoluzione, in campo fotografico, non è tutto! Ma a volte diventa un elemento determinante. Ovviamente non si tratta di una “semplice” fotografia ma di un’immagine utile per la ricerca scientifica e in particolare astronomica.

lsst telescope

La prima fotografia da 3,2 Gigapixel (3200 MPixel) è stata catturata dal team ai SLAC National Accelerator Laboratory, che fanno parte del Dipartimento dell’energia statunitense. A differenza di altre immagini ad altissima risoluzione, questa volta non si tratta di più scatti uniti, ma di un unico scatto realizzato da 189 sensori CCD da 16 MPixel ciascuno. Per realizzare la struttura, i sensori sono sistemati in sezioni quadrate da nove chiamate “science rafts” (dal costo di 3 milioni di dollari ciascuna). L’operazione è stata poi molto delicata considerando la delicatezza delle unità che non potevano toccarsi per evitare danni tanto che per l’assemblaggio ci sono voluti ben sei mesi.

Un sensore straordinario dedicato alla Scienza

Altre specifiche tecniche riportano pixel da 10 µm. Inoltre pur non essendo un unico sensore (vero e proprio), i componenti sono assemblati con estrema precisione. Il tutto riuscendo a catturare oggetti cento milioni di volte più deboli di quelli visibili ad occhio nudo. Per funzionare, il sensore ha bisogno di essere raffreddato a -101°C che è la sua temperatura operativa.

Il sensore farà parte della più grande “macchina fotografica” del Mondo che sarà installata all’interno dell’osservatorio Vera C. Rubin LSST (Legacy Survey of Space and Time) in Cile. Come indicato dagli addetti ai lavori, per mostrare la fotografia da 3,2 Gigapixel ci vorrebbero 378 televisori 4K e con quella risoluzione sarebbe possibile distinguere una pallina da golf da 24 km di distanza.

Ma lo scopo è tutt’altro che semplice. Il sensore, una volta integrato nella fotocamera, scatterà per 10 anni, ogni notte, una fotografia della volta celeste dell’emisfero meridionale. Ci saranno quindi più informazioni da esaminare e dati per capire misteri come la materia e l’energia oscura.

Interessante notare che una delle prime immagini catturate è stata quella di un broccolo romanesco per via della sua particolare struttura (oltre a quelle di Vera C. Rubin e altre immagini campione). Considerando poi che la “macchina fotografica” non era completamente assemblata con le varie componenti ancora in fase di test separati, per questa prima prova è stata impiegata la tecnica della stenoscopia, così da riuscire comunque a capire se il sensore fosse correttamente funzionante. Ora seguiranno altri test e prove, ci sarà poi l’assemblaggio e l’inserimento all’interno della struttura definitiva in Cile! Un nuovo strumento al servizio della conoscenza.

Fonte: fotografidigitali.it

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Bibbiena: inaugurata la Galleria Permanente a Cielo Aperto

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Sappiamo come a causa della pandemia molte attività legate alla fotografia siano state cancellate o rinviate. Un esempio sono il Photofestival 2020 o le mostre del MAST. A Bibbiena (AR) hanno pensato a qualcosa di diverso con la Galleria Permanente a Cielo Aperto.

bibbiena

L’inaugurazione è avvenuta in queste ore alla presenza del sindaco di Bibbiena, di alcuni dei fotografi e della FIAF (Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche). Come intuibile dal nome, una Galleria Permanente a Cielo Aperto è un modo per assaporare la fotografia in maniera diversa. Passeggiando tra le vie della cittadina immersi nell’arte.

Come scritto sopra, la FIAF e il Comune di Bibbiena hanno avuto un ruolo centrale nell’organizzazione dell’evento. La cittadina non è nuova a operazioni legate al mondo della fotografia grazie al CIFA (Centro Italiano della Fotografia d’Autore) ma anche alla stessa FIAF.

A Bibbiena la prima Galleria Permanente a Cielo Aperto italiana

I visitatori potranno immergersi nella visione di 30 opere in grande formato (minimo 150×100 cm) per la prima Galleria Permanente a Cielo Aperto in Italia. I nomi esposti sono di spicco dando lustro all’iniziativa e fornendo un’esperienza ricca di valore. Parliamo di Marina Alessi, Vasco Ascolini, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Lisetta Carmi, Lorenzo Cicconi Massi, Mario Cresci, Mario De Biasi, Stanislao Farri, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Mauro Galligani, Giovanni Gastel, Mario Giacomelli, Giorgio Lotti, Uliano Lucas, Pepi Merisio, Nino Migliori, Fulvio Roiter e Francesco Zizola.

In un luogo suggestivo come la terrazza panoramica, sono esposte le opere di Stefania Adami, Francesco Comello, Enrico Genovesi, Raoul Iacometti, Fabrizio Tempesti e Marco Urso che vanno a completare la mostra.

Essendo esposte all’esterno, le fotografie sono stampate su materiale d-bond specificatamente trattato per gli esterni e fissate con cornici in Corten. Interessante notare che per realizzare queste istallazioni sono state impiegate aziende locali, favorendo così anche l’economia della zona.

Roberto Rossi (Presidente della FIAF) ha dichiarato “il sogno di far diventare Bibbiena la Città della Fotografia e il suo antico borgo la prima Galleria Permanente a Cielo Aperto è finalmente realtà. […] Ringrazio i grandi Autori che hanno donato le loro opere e che in questi 70 anni hanno sempre supportato l’impegno della nostra Federazione nel dare voce a tutti coloro che cercano nella fotografia riscatto, passione, amore e voglia di condivisione e che ha aperto la strada a nuovi talenti della fotografia italiana”.

Rossi ha anche tenuto a ringraziare l’amministrazione comunale e le aziende che hanno collaborato con il CIFA permettendo la realizzazione dell’esposizione in questo momento così difficile per il turismo e per l’arte.

Fonte: fotografidigitali.it

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Fotografare le gare di Formula 1 direttamente da casa, con i modellini

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Non è la prima volta che scriviamo dell’ingegno dei fotografi che devono “combattere” contro la pandemia. In passato abbiamo scritto di Kunal Kelkar che si è dilettato con una Lamborghini, questa volta invece l’attenzione è caduta sulla Formula 1. Il tutto grazie alle interessanti fotografie di Benedek Lampert (qui il suo profilo Instagram), che ha già dimostrato in passato di essere un giovane talentuoso.

formula 1 gran premio

Fotografare la Formula 1 direttamente a casa

Come sappiamo, per colpa del COVID-19, non è possibile assistere ai Gran Premi di Formula 1 che si stanno svolgendo su un numero limitato di tracciati e senza pubblico. Un problema per tutti gli appassionati di motorsport ma anche per i fotografi. Così Lampert ha pensato bene di “ricreare” il proprio GP direttamente a casa. Ovviamente utilizzando dei modellini in scala 1:43 per le monoposto (alcune anche di epoche passate).

Le parti dei tracciati, come asfalto, cordoli e vie di fuga, sono stati ricreati con cartoncino e colorati direttamente dal giovane fotografo e incollati utilizzando colla a caldo oppure utilizzando della sabbia fine. In alcune scene si può notare l’utilizzo di acqua o fumo per rendere ancora più veritiere le fotografie e far immergere ulteriormente l’utente nell’azione. Il tutto limitando di l’aggiunta di elementi “digitali” (come le luci della safety car), donando così un aspetto ancora più realistico alle scene e permettendo di far volare la fantasia per le azioni di gara.

Benedek Lampert ha poi creato sistemi per creare l’idea del movimento delle monoposto da Formula 1 (non è stato impiegato quindi ritocco digitale). L’illuminazione, la scelta delle inquadrature e un po’ di post-produzione hanno completato l’opera.

L’attrezzatura impiegata comprende una fotocamera Nikon D750 e un obiettivo AF-S NIKKOR 24-70mm f/2.8E ED VR consentendo un effetto bokeh che potesse far concentrare l’attenzione e rendendo i modellini più simili, in apparenza, alle automobili reali. Un lavoro minuzioso e non certo semplice o rapido. Per ogni scatto sono state necessarie dalle 5 alle 7 ore anche se il lavoro di preparazione e prove è durato giorni!

formula 1

La passione per i modellini, unita a quella per le automobili e ovviamente un’ottima immaginazione e capacità tecnica hanno portato a risultati impressionanti (anche guardando la fotografia qui sopra che mostra la Mercedes di Valtteri Bottas). Un modo per sentirsi un po’ più vicini al mondo della Formula 1, anche senza poter andare direttamente sugli spalti dei tracciati.

Fonte: fotografidigitali.it

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