Cashback Yamaha: fino a 100 euro di rimborso su soundbar e subwoofer

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Un pessimo audio può rovinare l’esperienza delle migliori TV. Il cashback Yamaha è un’ottima occasione per potenziare la qualità audio del principale schermo di casa, permettendo di aggiungere un dispositivo dedicato di qualità al proprio salotto usufruendo di un prezioso vantaggio economico.

La promozione offre uno sconto, che viene erogato dopo l’acquisto delle soundbar e dei subwoofer coinvolti, che arriva fino a 100 euro.

È difficile comprendere quanto una soundbar faccia la differenza dell’esperienza audiovisiva, soprattutto in abbinamento con diffusori e subwoofer, finché non la si prova. I TV odierni offrono pochissimo spazio a un suono di qualità, puntando tutto sull’immagine e sullo spessore minimo. La promozione Yamaha su soundbar e subwoofer è quindi l’occasione per trasformare la visione del TV in un’esperienza coinvolgente a 360 gradi.

Come avere il cashback Yamaha

La promozione Yamaha include molte soundbar dell’azienda, nota per la qualità audio dei suoi prodotti. Per usufruire della promozione, è necessario acquistare uno dei prodotti coinvolti nella promozione tra il 15 maggio e il 15 giugno 2020.

I modelli coinvolti sono le soundbar YAS-107, YAS-108, YAS-109, YAS-207, ATS-2070, YAS-209, MusicCast BAR 400, MusicCast BAR 40, ATS-4080, MusicCast BAR 40 SW, YSP-2700, YSP-5600. Il rimborso vale per un solo prodotto acquistato.

L’accoppiata soundbar e subwoofer può rivoluzionare l’esperienza audiovisiva della TV

L’unica eccezione a questa regola è l’abbinata MusicCast BAR 40 e MusicCast SUB 100, che garantisce un doppio rimborso: è l’occasione più ghiotta perché permette di avere, con un solo acquisto e risparmiando, una coppia di prodotti pensati per massimizzare l’esperienza audio della TV e non solo. In questo caso, gli utenti che acquisteranno l’abbinamento riceveranno un rimborso per ciascun prodotto.

Ogni prodotto dà diritto a un diverso cashback, che arriva fino a 100 euro di rimborso. 

Quindi, se un utente acquista in abbinamento MusicCast BAR 40 e MusicCast SUB 100, ottiene un rimborso complessivo di 80 euro, cioè 40 euro per ciascun prodotto. L’acquisto di un prodotto singolo, per esempio la soundbar MusicCast BAR 400 (ATS-4080), dà diritto invece a un rimborso solo, che in questo caso sarà di 40 euro.

Dopo aver acquistato il prodotto, l’utente dovrà fare richiesta, registrandosi al sito dedicato al Cashback Yamaha, entro il 30 giugno 2020. Ai partecipanti verrà chiesto di fornire i propri dati anagrafici completi incluso i dati bancari (l’IBAN e l’intestatario del conto), il numero di serie del prodotto acquistato, l’indirizzo del rivenditore aderente e copia dello scontrino d’acquisto oppure, in caso di acquisti online, copia della conferma dell’ordine e il documento di acquisto/fattura.

Il rimborso sarà erogato entro 28 giorni lavorativi dall’approvazione della richiesta.

La combo MusicCast BAR 40 e SUB100: audio multicanale e 80 euro di rimborso

Particolare attenzione va posto sull’abbinamento MusicCast BAR 40 e SUB 100, molto attraente per chi, al momento, non ha alcun prodotto audio dedicato per la TV. La soundbar include due altoparlanti mid-woofer (per le frequenze intermedie) da 4,6 cm di diametro e due tweeter (per le frequenze più alte) da 2,5 cm, con un’amplificazione da 2 x 50 Watt.

Il MusicCast SUB100

Il MusicCast SUB 100 è dotato, invece, di un woofer da 20 cm e un’amplicazione da 130 Watt. Insieme alla soundbar MusicCast BAR 40, formano un alleato formidabile per l’esperienza audiovisiva del TV di casa. I due dispositivi si connettono fra loro senza fili.

La gamma MusicCast include la connettività Wi-Fi ed è compatibile con il sistema AirPlay di Apple che consente di riprodurre l’audio dall’impianto MusicCast controllando la riproduzione, per esempio, dallo smartphone.

I prodotti MusicCast, poi, supportano il controllo vocale tramite l’assistente Amazon Alexa per mezzo di dispositivi di terze parti, come Amazon Echo.

YAS 109 e YAS 209: soundbar di qualità e Amazon Alexa è integrata

Una menzione speciale la meritano anche YAS 109 e YAS 209, soundbar di qualità che, in più, integrano l’assistente Amazon Alexa. Un prodotto unico in tutti i sensi, che amplifica la qualità dell’audio e massimizza le possibilità connesse dalle skill di Alexa grazie alla connettività Wi-Fi e Bluetooth. Alexa può essere disattivata per coloro che vogliono proteggere al massimo la propria privacy.

La soundbar Yamaha YAS 209

La principale differenza tra YAS 109 e YAS 209 riguarda la riproduzione delle frequenze basse. La YAS 209 viene venduta con un subwoofer che può essere collegato alla soundbar senza fili; inoltre, include altoparlanti per 200 W totali, di cui 100 W per il subwoofer e 50 W per ognuno dei due canali della soundbar.

La YAS 109, invece, si occupa di tutte le frequenze con gli altoparlanti integrati (da 120 W complessivi).

Perché migliorare l’audio del TV è così importante

Le TV sono sempre più sottili. Se questa loro caratteristica può essere apprezzata dal punto di vista tecnologico e dell’arredamento, l’audio è stato sacrificato: non c’è lo spazio materiale per inserire dispositivi audio integrati di qualità.

Ecco perché le soundbar e i subwoofer sono diventati potenti alleati per chi cerca una vera qualità audiovisiva: la migliore delle TV non potrà fare molto se non è affiancata da prodotti audio di qualità e completi.

I subwoofer garantiscono un importante vantaggio nelle frequenze più basse e possono essere sistemati sul pavimento, magari in uno spazio che dia meno nell’occhio nel caso di arredamento molto selezionati. La soundbar è la compagnia ideale della TV perché può essere appoggiata sullo stesso piano oppure appesa alla parete subito sotto alla TV con una staffa. Il colpo d’occhio sarà piacevole e la qualità audio ne avrà ampiamente giovato.

Fonte: dday.it

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Fotografare i fulmini: alcuni consigli pratici

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Fotografare i fulminiFotografare i fulmini è sicuramente una attività che può dare parecchie soddisfazioni e può permetterci di portare a casa  uno scatto invidiato da molti.

Fotografare i fulmini può essere però MOLTO pericoloso. I fulmini cadono in modo imprevedibile e NON è vero che un fulmine non cade mai nello stesso posto. Anche se essere colpiti da un fulmine non è sempre mortale (qui la storia di Roy Sullivan, colpito sette volte da un fulmine), è meglio non correre rischi inutili.

Vediamo dunque assieme alcuni piccoli suggerimenti su come fotografare i fulmini.

Indice:

  • sicurezza prima di tutto
  • prepara l’equipaggiamento
  • trova una tempesta di fulmini e una buona visuale
  • regola le impostazione della fotocamera

Sicurezza prima di tutto

Per prima cosa è necessario trovare un posto sicuro per appostarsi: interno di un edificio, una macchina, un qualunque luogo che possa quindi proteggerci da un colpo diretto. Evitare di posizionarsi all’aperto, soprattutto in prossimità di corsi d’acqua, alberi, pali elettrici, edifici di grande altezza.

Ricordiamoci che, anche se il temporale sembra lontano, i fulmini possono percorrere distanze molto elevate e colpire dove meno ce lo aspettiamo.

Fotografare i fulmini

Prepara l’equipaggiamento

Per fotografare i fulmini un treppiede è sicuramente necessario: con la macchina fotografica impostata su manuale per tempo di posa e diaframmi, è necessario che la macchina sia ben stabile.

Per ottenere un buono scatto il tempo di posa dovrà essere fissato tra 3s e 30s, per cui ogni minima vibrazione influenzerà la nitidezza dell’immagine.

Qualsiasi obiettivo può andare bene, ma è meglio utilizzare un grandangolare o uno zoom, dal momento che permettono una maggiore flessibilità  di cambiare lunghezza focale e puntare una zona specifica.

Proteggi la macchina fotografica e l’obiettivo dalla pioggia, soprattutto se sei in un posto di mare: la salsedine è estremamente corrosiva e potrebbe danneggiare l’attrezzatura.

Utilizza un telecomando (a filo o infrarossi). Dovendo utilizzare tempi di esposizione piuttosto lunghi, le vibrazioni dovute alla pressione del pulsante di scatto possono rendere mossa l’immagine risultante.

Utilizza una torcia, per due motivi: muoversi nell’oscurità può essere pericoloso e, se il lampo è lontano, potresti “dipingere”il soggetto in primo piano con la luce della torcia per rendere l’immagine più drammatica.

Fotografare i fulmini

Trova una tempesta di fulmini e una buona visuale

Trovare una tempesta di fulmini non è in genere un problema: i fulmini cadono ovunque e il sito dell’Aeronautica Militare può aiutare per la previsione dei fenomeni intensi.

Difficile invece è trovare un luogo da cui fare una bella foto di un fulmine: un bella visione del cielo e un primo piano o uno sfondo relativamente belli (tenendo anche conto delle esigenze di sicurezza viste prima).

Fotografare i fulmini

Regola le impostazione della fotocamera

Assicura la fotocamera sul treppiede e assicurati che eventuali raffiche di vento non compromettano il tutto.

Imposta la fotocamera:

  • metti su messa a fuoco manuale (le macchine digitali non riescono a mettere a fuoco correttamente quando la luminosità è scarsa) e regola il fuoco su infinito. Fai uno scatto di prova e controlla sul visore LCD della telecamera che tutto l’immagine sia nitida sul display;
  • imposta un numero di ISO basso (es. ISO 100);
  • imposta la fotocamera su modalità manuale completa in modo da avere il pieno controllo dell’apertura e della velocità dell’otturatore (eventuali fulmini possono illuminare l’area e quindi dare una esposizione non corretta). Fa alcune prove a seconda della luminosità della zona in cui ti trovi: ad esempio f/8 e tempo di 3-5s. Se sei in una zona buia potrebbe essere necessario aumentare il tempo dell’otturatore a 15-30s, mentre in una zona illuminata, per evitare di ottenere una immagine sovraesposta, potrebbe essere necessario ridurre l’apertura fino a f/16 o più.
  • componi il tuo scatto. Il soggetto deve essere il fulmine (quando comparirà). Questo vuol dire che probabilmente (ma non è una regola fissa) il 60-80% della tua immagine deve essere riservato al cielo e il 20-40% al terreno.

Fotografare i fulmini

Sii paziente!

Purtroppo non è facile prevedere dove e quando apparirà il fulmine. La maggioranza delle foto saranno quindi da buttare, ma le poche rimaste saranno sicuramente estremamente d’effetto e fantastiche.

Se cerchi su Amazon:

Immagini: Pixabay

© Riproduzione riservata

Fonte: cameranation.it

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Volkswagen apre in Germania i primi ID Store, per vedere e provare dal vivo la ID.3. Novità anche per l’Italia

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Ormai ci siamo. La nuova Volkswagen ID.3 è prossima al suo debutto e Volkswagen si sta preparando per un lancio in grande stile.

Finora la nuova ID.3, prima auto 100% elettrica del nuovo corso di Volkswagen, è stata vista dal vivo e provata solo da pochissimi fortunati, scelti tra quei 30.000 potenziali clienti che l’hanno preordinata nel 2019.

Da oggi le cose cambiano e Volkswagen ha iniziato ad aprire dei nuovi showroom, chiamati ID Store,  dedicati esclusivamente alla presentazione di ID.3 dove i potenziali e futuri clienti, così come i semplici curiosi, potranno finalmente vedere la nuova auto elettrica compatta dal vivo.

Il primo ID Store ha aperto in Germania, a Dresda, presso la famosa Gläserne Manufaktur (la “Fabbrica di Vetro”) dove a suo tempo veniva assemblata da VW Phaeton, e che poi è stata convertita alla mobilità elettrica e alla produzione della e-Golf.

In questo particolare salone i clienti potranno vedere dal vivo la ID.3 presentata in varie configurazioni e assistere a presentazioni multimediali e interattive dedicate al mondo della mobilità elettrica.

Se lo vorranno potranno, sempre qui, finalizzare l’ordine per l’auto, e scegliere presso quale concessionaria andarla poi a ritirare. Per i test-drive invece si dovrà aspettare la data del lancio ufficiale, previsto per il prossimo 17 giugno.

Dei nuovi ID Store apriranno in seguito a Monaco e probabilmente anche a Zwickau, dove ha sede la fabbrica dove oggi viene assemblata la ID.3.

E in Italia? Per quello che riguarda il nostro paese, Volkswagen si è limitata in questi giorni a telefonare direttamente ai prebooker e a invitarli a chiamare la propria concessionaria di riferimento a partire dal prossimo 18 maggio.

Durante questa telefonata verranno annunciate “grosse novità” e probabilmente ci sarà la possibilità di prendere un appuntamento per un test-drive e finalizzare finalmente l’ordine dell’auto prenotata. I prebooker infatti avevano prenotato la ID.3 1ST Edition durante l’estate del 2019, e gli era stato comunicato che avrebbero potuto inserire l’ordine definitivo entro dicembre 2019, per avere poi l’auto consegnata durante l’estate del 2020.

A causa del lockdown alcuni appuntamenti sono saltati o rimandati, ma sembra che davvero la nuova ID.3 stia finalmente arrivando sulle nostre strade.

Fonte: dday.it

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Ricoh: una nuova DSLR APS-C di fascia alta nel futuro di Pentax

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Non ha ancora un nome, ma iniziano a essere più chiari i dettagli che riguardano la nuova DSLR in formato APS-C che Ricoh lancerà sotto il marchio Pentax. Avrebbe dovuto fare il suo debutto al CP+ 2020, ma per via dell’emergenza sanitaria, lo show dedicato alla fotografia in Giappone è stato annullato.

reflex ricoh pentax

Questo però non ha fermato Ricoh che ha mostrato un video e alcune informazioni sulla nuova reflex digitale di fascia alta che andrà a inserirsi nel portafoglio di Pentax. Purtroppo il brand nipponico non si è voluto sbilanciare troppo svelando solo parte delle novità.

Un nuovo mirino ottico che strizza l’occhio alle full frame

Una delle più considerevoli è la presenza di un nuovo mirino ottico che, sfruttando un vetro ad alta rifrazione, dovrebbe permettere prestazioni elevate. L’ingrandimento dovrebbe essere pari a 1.05x (su APS-C, pari a 0.7x su FF) pari a quello di Pentax K-1. Chi ha sviluppato la fotocamera ha assicurato che non ci saranno distorsioni e la qualità d’immagine sarà elevatissima. Un nuovo design per la copertura del mirino ottico dovrebbe inoltre prevenire che la punta del naso dell’utente possa toccare il pannello LCD posteriore.

reflex pentax

La reflex APS-C di Pentax prende spunto da Pentax K-7, soluzione presentata nel 2009, e modelli successivi puntando quindi sulla compattezza ma anche sulla durabilità. Il concept che si vede nelle immagini e nel video, pur non essendo un prodotto definitivo, è molto simile a ciò che arriverà sul mercato.

Il nuovo modello di Pentax avrà un design per richiamare fortemente il mondo delle reflex (considerando che il mercato sta spingendo in direzione delle mirrorless). La zona del pentaprisma avrà comunque un design leggermente diverso rispetto a quello di K-1, per esprimere vivacità e dinamismo.

reflex 2020

Avendo scelto il formato APS-C e realizzando un corpo compatto, ci sarà più possibilità di seguire soggetti in movimento avendo anche più libertà nei movimenti (dinamismo, appunto). Ovviamente questo si è ottenuto anche grazie a un nuovo sistema di messa a fuoco e gestione dei controlli. Ci sarà per esempio un joystick per spostare il punto di messa a fuoco.

reflex

Sarà previsto anche un battery-grip con un nuovo design per facilitare lo scatto tenendo la fotocamera in verticale. Sul corpo saranno presenti alcuni pulsanti e ghiere che permetteranno così di modificare le impostazioni senza dover raggiungere con le dita il corpo macchina principale.

Fonte: fotografidigitali.it

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I sensori Sony IMX500 e IMX501 puntano sull’AI per la gestione delle informazioni

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Come scritto in altre occasioni, la divisione dedicata ai sensori d’immagine di Sony è molto importante sia per la società sia per i relativi partner. Ora proprio questa divisione ha annunciato l’arrivo di due nuovi sensori d’immagine, codice Sony IMX500 e IMX501 che integrano al loro interno funzionalità di Intelligenza Artificiale (AI).

sony IMX500

I vantaggi dell’AI sul sensore secondo Sony

Grazie a Sony IMX500 e IMX501 sarà quindi possibile evitare di elaborare l’immagine a valle del sensore d’immagine, ma sarà quest’ultimo che potrà estrapolare automaticamente tutte le informazioni utili. Si tratta di un modo per ottimizzare il flusso di dati per esempio quando abbinati a servizi cloud per l’elaborazione. I vantaggi sono anche una ridotta latenza, maggiore tutela della privacy e riduzione di costi di trasmissione e consumi energetici.

I due modelli, Sony IMX500 e IMX501, potranno essere impiegati sia in campo consumer che in quello industriale per la realizzazione di fotocamere con capacità evolute aprendo nuovi scenari. Questi nuovi modelli sfruttano una struttura “a strati” dove troviamo nella zona superiore il sensore d’immagine e nella zona inferiore un processore di elaborazione delle immagini e della memoria aggiuntiva.

Secondo quanto riportato da Sony, il sensore può inviare i metadati al posto dell’immagine vera e propria riducendo così la quantità di informazioni in uscita (e tutelando la privacy dei soggetti inquadrati). Sono comunque disponibili anche altre funzionalità come il tracking degli oggetti in tempo reale lasciando gestire all’AI integrata le informazioni.

Sarà possibile integrare i nuovi Sony IMX500 e IMX501 sia in soluzioni come smartphone ma anche in fotocamere per la sorveglianza oppure per l’analisi di oggetti o situazioni. Il tutto grazie alla parte di Intelligenza Artificiale che sarà modificabile dall’utente in base al contesto.

Le caratteristiche tecniche dei Sony IMX500 e IMX501

Le caratteristiche tecniche del sensore Sony IMX500 comprendono una risoluzione di 12,3 MPixel effettivi su una superficie di 1/2,3″ con pixel da 1,55 μm. Sarà possibile catturare filmati fino a una risoluzione di 4K a 60 fps oppure FHD a 240 fps. Quando si utilizzerà l’AI integrata invece ci sarà il limite a 30 fps e non mancano ovviamente funzionalità come l’HDR.

Per quanto riguarda invece Sony IMX501, quest’ultimo comprende non solo il sensore ma anche un packaging in ceramica (LGA) che semplifica l’integrazione all’interno dei dispositivi per i partner di Sony. Le caratteristiche tecniche generali invece rimangono invariate.

Stando a quanto riportato da Sony, il primo a essere disponibile ai partner è l’IMX500 che ha visto le prime consegne nel mese di Aprile 2020, mentre la versione IMX501 sarà disponibile da Giugno 2020.

Fonte: fotografidigitali.it

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Street photography per le vie colorate della moderna Tokyo

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tokyoLa fotografia di strada (“street photography”) è un genere fotografico che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia, la fotografia di strada non necessita la presenza di una strada o dell’ambiente urbano. Il termine “strada” si riferisce infatti ad un luogo generico ove sia visibile l’attività umana, un luogo da osservare per catturarne le interazioni sociali…e non c’è nulla di meglio che andarle a cercare in una grande città come Tokyo.

Il fotografo di strada RK (pur essendo conosciuto non ho trovato da nessuna parte il suo nome vero!) ha iniziato il suo percorso nella fotografia solamente 4 anni fa girando per le strade di Tokio, sua città Natale, con un semplice smartphone. Dopo aver capito che la fotografia sarebbe diventata una grande passione, RK ha deciso di acquistare una reflex continuando a raccontare le storie delle persone di Tokyo e delle strade che formano questa intrigante città.

Il lavoro di RK combina fotografie serali sature di neon e di colori con toccanti ritratti di persone immerse nel loro ambiente lavorativo. Ogni singola immagine che vedete qua sotto è piena zeppa di piccoli particolari. La fotografia di strada non è per nulla facile, anche se a Tokyo sicuramente c’è una grande possibilità di fare pratica per questo genere fotografico.

Se volete saperne di più sul fotografo “RK” e del suo progetto sulle strade e le persone di Tokyo, vi consiglio di visitare la sua pagina instagram.

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Fonte: cameranation.it

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Elettrodomestici, mercato e nuove tecnologie: DDAY Live con Giorgio Marazzi, AD di BSH

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Continuano le interviste in live streaming di DDAY.it. L’ospite di questo episodio di DDAY Live è Giorgio Marazzi, amministratore delegato di BSH Italia, ovverosia della società che produce e commercializza in Italia i grandi elettrodomestici a marchio Bosch e Siemens, oltre ai marchi più esclusivi Gaggenau e Neff.

Con Marazzi, che riveste anche il ruolo di vice presidente di Applia (l’associazione di tutti i produttori di elettrodomestici) abbiamo parlato di quanto il “bianco” ci abbia dato una mano in questa fase di lockdown e di come potrà aiutarci in futuro, grazie alle nuove tecnologie recenti e in arrivo. E anche di come il settore sta affrontando l’emergenza Covid-19 e, per esempio, la cancellazione di Eurocucina e di IFA, le manifestazioni fieristiche più importanti del settore.  

Il live può essere rivisto direttamente da questa pagina, dal canale YouTube di DDAY.it e sulla pagina Facebook di DDAY.it.

Seguiteci e non dimenticate di seguire la pagina Facebook e sottoscrivere il canale di YouTube per ricevere le notifiche di tutti i prossimi DDAY Live.

Fonte: dday.it

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Italy Photo Award racconta con 15.000 scatti lo sguardo italiano sull’emergenza COVID-19

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sguardo italianoITALY PHOTO AWARD®, principale premio nazionale per la valorizzazione della fotografia italiana d’autore, ha lanciato lo scorso 10 marzo, in coincidenza del lockdown italiano, una nuova sfida: una call aperta a tutti con l’intento di “fotografare” lo “Sguardo Italiano”, in un momento umano, sociale ed economico senza precedenti per il nostro Paese. La challenge è stata lanciata attraverso la piattaforma instagram, in collaborazione con l’Associazione INSTAGRAMER ITALIA ETS, diffondendola su tutto il territorio Italiano.

La call chiama gli italiani a raccontare come vivono questo momento, come lo interpretano fotograficamente. Qual è lo sguardo più intimo e personale che possa esprimere al meglio la condizione attuale che mai avremmo pensato di vivere.

“Il progetto “Sguardo Italiano” è aperto a tutti e chiunque può raccontare il proprio punto di vista sulla quotidianità, sulla realtà che ci circonda, su ciò che oggi vive interiormente, attraverso l’interpretazione fotografica. Abbiamo così l’espressione diretta di molteplici sguardi, intimi e personali, ma allo stesso tempo collettivi, rivolti a questa nostra attualità, che un po’ ci separa e un po’ ci unisce” sono le parole di Cecilia Pratizzoli ideatrice e fondatrice del progetto.

Oggi il network della call si compone di 15.000 immagini postate attraverso i diversi hastag grazie alle partnership nate proprio nella fase di lockdown: #sguardoItaliano, curato da Martina Semeraro, che ha raccolto oltre 5.000 post su Instagram e un archivio fotografico di oltre 300 progetti con il seguito di importanti esponenti del mondo artistico e fotografico nazionale, “Creativiinquarantena”, a cura di Giulia Haraidon, che ha raggiunto 6000 post con il suo hashtag #creativiinquarantena e più di 3.000 post con l’hashtag #1shotchallenge e “Covid-mag” di Stefania Bonfiglio a cui si aggiungono oltre 1.000 post con l’hashtag #covidathome.

sguardo italiano

La call “Sguardo Italiano” è aperta, la raccolta non si ferma, l’attenzione verso la quotidianità di tutta Italia, espressa attraverso le immagini di tutti, professionisti e amanti della fotografia, è alta.

L’obiettivo di questo grande progetto, SENZA FINI DI LUCRO, è di lasciare un segno indelebile di questa esperienza che accomuna tutta la nazione. La rete di #SguardoItaliano coinvolge e anima le giornate surreali che stiamo vivendo. Ci rende uniti ed è la spinta motivazionale per cogliere il bello e andare avanti con entusiasmo.

sguardo italiano

#SguardoItaliano diventerà una mostra site specific strutturata secondo visioni artistiche contemporanee che darà la percezione della capillarità e dell’universalità di questo progetto.

Partecipare è semplice: è possibile inviare le foto a opencall@italyphotoaward.com e postarle sul proprio profilo Instagram con l’hashtag #sguardoItaliano.

Gli scatti più emozionanti verranno pubblicati sui canali social e web e saranno promotori di un progetto futuro di valorizzazione e diffusione della cultura e della comunità fotografica italiana.

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Fonte: cameranation.it

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Covid-19: abbiamo fatto il test rapido. È uno screening importante, disponibile ed economico, ma non vogliono che tu lo faccia

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Andiamo diretti al punto: abbiamo deciso di auto-sottoporci al test sierologico rapido per il Covid-19. Ben consci di cosa questo significhi: niente patente di immunità, nessun valore diagnostico, semplicemente uno screening che potrebbe necessitare di ulteriori esami, come gli esami sierologici quantitativi da prelievo venoso o addirittura il tampone. E con piena consapevolezza del significato della positività o della negatività agli anticorpi IgM e IgG. Per chi non sapesse cosa sono gli esami sierologici per il Covid-19, può leggere la nostra guida a questo riguardo, utile per capire bene la storia che stiamo per raccontarvi.

La nostra prova è riassunta nel video qui riportato, anche se va detto che, per completezza, è bene leggere l’intero articolo, oltre che i documenti ad esso allegati e linkati.

Come funziona il test rapido

Il test rapido si effettua con una goccia di sangue capillare che si estrae dal dito. Nel kit è presente tutto ciò che serve: la barretta che contiene il test vero e proprio, una salvietta disinfettante per sanificare il dito, una “spilla” per pungere il dito e far fuoriuscire il sangue capillare, una pipetta per prelevare la giusta quantità del sangue e un flaconcino di diluente. L’esecuzione richiede certamente attenzione e qualche accortezza, ma non è complessa.

Il kit da noi scelto risponde pienamente ai requisiti minimi richiesti dal Ministero della Salute: il test TechnoGenetics, infatti ha mostrato, come da documentazione presentata al Ministero della Salute, sia in trial clinici eseguiti in Cina che in due trial differenti realizzati in Italia, di superare i limiti del 90% di sensibilità e il 95% di specificità.

Va detto, per completezza, che, secondo le certificazioni, si tratta di un test che andrebbe somministrato da personale medico o paramedico, dato che richiede molta attenzione. Peraltro è fornito con dettagliate e chiarissime istruzioni che non lasciano molti dubbi sul corretto utilizzo.

In pratica basta disinfettarsi, pungersi il dito, raccogliere con la pipetta in dotazione la goccia di sangue fino al segno riportato, inserire la goccia di sangue nel pozzetto presente sul test, aggiungere tre gocce di diluente e aspettare per 15 minuti.


La finestrella con i risultati ha tre tacche: la prima è di controllo, se non compare una righetta rossa, vuol dire che il test non è andato a buon fine, probabilmente per una quantità errata di sangue. Le altre due tacche indicano, se esce la corrispondente righetta rossa, la positività rispettivamente agli anticorpi IgM e IgG. Ovviamente non si tratta di un metodo quantitativo, ma solo qualitativo: il test rapido riporta solo valori francamente positivi e non solo mossi.

Che risultati ci si può attendere?

La casistica dei risultati non è sterminata: se il test viene validato con la prima barretta, i casi possibili sono quattro. Nell’analizzarli bisogna sempre tener presente, come abbiamo spiegato in altri articoli, che  dopo il momento di un possibile contagio, il virus ci mette qualche giorno a manifestarsi; e a loro volta, gli anticorpi ci mettono qualche giorno dallo sviluppo della malattia a entrare in gioco. I test sierologici rapidi, come anche quelli standard da prelievo venoso, non danno quindi la situazione dell’eventuale Covid-19 al momento dell’esecuzione, ma dello stato di contagio di qualche giorno prima, tra i 5 e 10.

Ecco i casi possibili:

IgM e IgG negativi: significa che, per lo meno fino a circa una settimana prima del test, non siamo entrati in contatto con il virus. Questo non esclude che non si sia contratto il virus negli ultimi giorni, quelli fuori dalla finestra di “visibilità” del test. Una ripetizione del test dopo circa una settimana che confermi lo stesso esito dà una ragionevole certezza che al momento del primo test non si fosse contratta la malattia. Per questo motivo, in caso di test negativo, il test sarebbe da ripetere periodicamente, per lo meno per coloro che non sono in stretta quarantena.

IgM negativi e IgG positivi: è probabilmente la situazione maggiormente desiderabile. Significa che si è contratto il Covid-19 in tempi passati ma che la malattia è risolta da tempo o comunque in via di risoluzione. Non si può escludere che il soggetto emetta ancora il virus, e quindi sia contagioso, anche se la negatività delle IgM è suggestiva di una malattia oramai risolta. In questo caso è consigliabile per lo meno ripetere il test a distanza di qualche giorno, meglio ancora se con metodologie di laboratorio su prelievo venoso per una conferma ed eventuale tampone orofaringeo. Non c’è alcuna certezza che la positività delle IgG dia garanzia di immunità, ma, sulla base di quanto accade con altri virus respiratori, si può ritenere – dicono gli esperti – che possa aiutare nel non ripetere la malattia.

IgM positivi e IgG negativi: questo significa che si è entrati in contatto con il virus e la malattia è da considerarsi “recente”, dato che non si sono ancora manifestate le IgG, che si muovono solo in un secondo tempo per poi permanere più a lungo. Chi avesse un risultato di questo tipo, anche senza sintomi particolari, farebbe bene a mettersi in quarantena volontaria, comunicare con il proprio medico e cercare – ammesso di riuscirci – di farsi fare un tampone per confermare la positività alla malattia.

IgM positivi e IgG positivi: si tratta di una variante del caso 3, indice probabilmente di una malattia ancora attiva o risolta da poco che necessità di una quarantena cautelativa, anche in assenza di sintomi, e di un possibile tampone.

Il risultato di chi scrive, che si è autosomministrato il test, è risultato essere negativo: solo una barretta, quella di controllo, ma le due di test, relative a IgM e IgG, non sono comparse dopo 15 minuti.

Perché il test sierologico rapido è un’arma importantissima

Cosa si evince facilmente? Che il test rapido non è un esame che dà sempre risposte chiare e che molte volte richiede il passaggio a metodologie diagnostiche di laboratorio più complesse, come il tampone. Ma è comunque un’arma potentissima per almeno sei motivi, per lo meno in fase 2:

1) C’è grande disponibilità

Solo TechnoGenetics, il produttore del nostro test, che peraltro è prodotto e registrato anche in Italia, oltre che in Cina, ha già fornito 1 milione di pezzi alla regione Campania, che li sta usando per i propri screening, e altrettanti tra Emilia-Romagna e Toscana. Non ci sono al momento difficoltà a fornire numeri ingenti di test.

2) È facile da eseguire 

Non serve un prelievo venoso e si può eseguire velocemente su grandi quantità di persone, direttamente sul posto, senza avvalersi di un laboratorio centralizzato.

3) Dà risultati molto veloci

Bastano 15 minuti per avere il responso del test, contro le 4-6 ore (come minimo, salvo congestioni di laboratorio) necessari per gli altri sierologici e per i tamponi.

4) Oramai ha alta affidabilità

I migliori test rapidi sono stati messi a punto nelle ultime settimane per riconoscere gli anticorpi specifici del SARS-CoV2 e hanno prestazioni decisamente più elevate dei primi test arrivati in commercio, come peraltro confermato diverse volte nelle sue dichiarazioni pubbliche anche dal prof. Galli del Sacco di Milano.

5) Stana gli asintomatici

I primi studi riferiscono di percentuali di malati asintomatici o paucisintomatici molto alta. Un test rapido a tappeto, anche se svela la situazione di qualche giorno prima, sarebbe in grado di portare a galla moltissimi asintomatici, che poi sono gli “untori” più pericolosi perché inevitabilmente meno attenti e più avvezzi ai contatti sociali, dato che non sospettano di essere positivi.

6) Costa poco

Il costo di ogni test è attorno ai cinque euro per quantità di acquisto modeste. Per le quantità (centinaia di migliaia) richieste da alcune regioni italiane, il prezzo unitario può scendere anche fino a 3 euro cadauno, contro le decine di euro del test sierologico da prelievo venoso.

Troppi vantaggi per non inserire anche i test rapidi in una strategia complessiva di diagnostica e tracciamento del virus, che ovviamente tenga in conto anche le altre modalità diagnostiche. Anche perché – e questo è chiaro a tutti gli esperti – non ci sono tamponi per tutta la popolazione e neppure per tutti quelli che sono esposti a contatti sociali, seppur protetti.

Non siamo solo noi a credere all’importanza di questo test, ma il prof. Galli del Sacco di Milano, che ha rilasciato dichiarazioni inequivocabili in un interessante servizio de Le Iene andato in onda ieri sera 12 maggio: “Ci vogliamo rendere conto che un atteggiamento ostile preconcetto in tempo di guerra per l’utilizzazione dei test rapidi è assurdo, al limite dell’ingiustificabile? E sto cercando eufemismi…

Il servizio de Le Iene sui test sierologici rapidi

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Per cosa potrebbero essere usati i test rapidi

Una delle funzioni evidenti dei test rapidi potrebbe essere quella di fornire evidenze epidemiologiche importanti per supportare le decisioni di riapertura e uscita dal lockdown, ovviamente ben differenziate per aree del Paese. Ma sarebbero molto utili soprattutto come sistema di screening di massa che certamente farebbe emergere molti positivi, anche tra gli asintomatici, limitando quindi fortemente la diffusione del virus. Questo è per esempio quello che succede in Campania, per ora limitatamente a tutti gli ingressi in regione: proprio sulla base di uno screening iniziale fatto con i test rapidi, seguiti nei casi di necessità dai tamponi, alcuni positivi sono stati identificati e posti in quarantena.

Nel caso dei rientro al lavoro in fabbriche, negozi e uffici, un test rapido ovviamente non dà garanzie sul fatto che le persone non siano infette e infettive, ma è già qualcosa ed è meglio che niente. Se solo servisse a identificare qualche positivo asintomatico (nel comune di Vo’ Euganeo gli asintomatici sarebbero il 43% dei positivi) ne sarebbe comunque valsa la pena. Ovviamente, uno screening di massa dovrebbe essere supportato da una strategia seria di altri esami ematici e tamponi faringei per l’inquadramento dei casi dubbi. Ma, anche in assenza di questi esami, che in molte regioni come la Lombardia sembrano una chimera, basterebbe anche già per dare le indicazioni per i soggetti dubbi ad un prolungamento cautelativo della quarantena: si potrebbero evitare così nuovi focolai correlati alla ripresa delle attività.

Il test rapidi come arma a sostegno della terapia con plasma iperimmune

Ma c’è un’altra dimensione dei test rapidi non debitamente considerata: quanto questi possano essere d’aiuto alla promettente terapia che è allo studio in diversi ospedali italiani, tra cui certamente quello di Mantova e quello di Pavia. Si tratta della terapia basata sull’infusione di plasma iperimmune prelevato da paziente di recente guarigione, terapia fortemente caldeggiata dalla Regione Lombardia. I donatori in questa fase sono la merce rara (non basta aver fatto la malattia ma bisogna avere ancora molti anticorpi) e uno screening basato sui test rapidi potrebbe scremare di molto i soggetti su cui esplorare il titolo anticorpale. L’identificazione non solo di possibili malati, quindi, ma anche di possibili donatori guariti recentemente da arruolare per la produzione di nuove sacche di plasma iperimmune.

Perché il Ministero della Salute e la Regione Lombardia osteggiano i test rapidi?

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Solo due giorni fa il Ministero della Salute ha pubblicato una circolare in cui di fatto ripete tutto quanto era già chiaro sugli esami sierologici (era già tutto scritto in un nostro articolo di alcune settimane fa), indicando che l’unico esame che può dare certezza della positività al virus SARS-CoV2 nel momento in cui si esegue è il tampone con successivo esame molecolare, cosa che oramai è stata ripetuta così tanto in TV che appare chiara ai più. Elencando poi i limiti intrinseci alla sola analisi della risposta anticorpale, che sono evidenti ed evidenziati anche in questo articolo. Peraltro la stessa circolare chiarisce che i test sierologici possono essere utili nell’identificazione degli asintomatici. Ma poi il contraddittorio documento del Ministero si fa scappare alcuni passaggi meno scontati, come la considerazione che i test rapidi “non offrirebbero evidenze prodotte da organismi terzi in relazione alla loro qualità“. Da un lato la circolare inscrive in un contesto di sensatezza l’iniziativa della Protezione Civile nazionale di fare uno screening sugli esami sierologici su 150mila persone (il famoso campione Istat) ma di fatto sconsiglia di usare gli esami sierologici per fare diagnostica. Per poi concludere che comunque farà tesoro per riconsiderare la questione più avanti, delle esperienze in questo ambito delle singole regioni che vorranno farsi avanti. In poche parole, e fuori dalle liturgie della burocrazia, il Ministero della Salute dà così una sponda istituzionale alle regioni che volessero non procedere ad uno screening a tappeto, o per lo meno di massa, basato sugli esami sierologici.

Assist subito colto da Regione Lombardia, che nel tardo pomeriggio di ieri ha emesso una attesa delibera riguardante gli esami sierologici che si poggia proprio sulla circolare del Ministero, citata nella prima riga del documento. In pratica la Regione Lombardia sottolinea l’importanza degli esami sierologici per esigenze epidemiologiche, ma ne limita l’impiego per motivi diagnostici solo al personale sanitario. Personale che certamente ha bisogno più di altri di screening frequenti; ma ci sono molte altre categorie di cittadini esposti a molti contatti a rischio che non sono considerate dalla delibera regionale.

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La Lombardia poi prende in considerazione la possibilità di fare gli esami sierologici ai cittadini posti in quarantena fiduciaria e che non hanno mai ricevuto il tampone. Se questi risultano negativi (cioè non hanno mai fatto la malattia) possono avviarsi al reinserimento sociale; se invece hanno gli anticorpi, dovranno essere sottoposti al tampone.

A fari spenti nella nebbia della fase 2

Perché questa ostilità verso l’impiego degli esami sierologici su una base di cittadini più ampia? Difficile dirlo con certezza, anche se, collegando tutti i puntini di questa vicenda, si fa strada un quadro inquietante. Queste prese di posizione, infatti, contestate apertamente da scienziati ritenuti universalmente validi come il prof. Galli, suggeriscono un atteggiamento di “difesa” da parte delle istituzioni, per mascherare gli errori delle amministrazioni centrali e regionali che non hanno creato le condizioni per avere, sin dall’inizio dell’epidemia, il giusto potere di fuoco sul fronte dei tamponi (se si eccettua il caso del Veneto). L’emblematico caso dei 5 milioni di tamponi (solo il cotton fioc e il terreno di conservazione) procurati dalla Protezione Civile nazionale per le regioni senza i reagenti necessari per effettuare il test è solo l’ultima delle colpevoli approssimazioni che stanno condizionando la gestione dell’emergenza in Italia e in particolare in Lombardia.

La circolare interlocutoria del Ministero della Salute sembra infatti propedeutica a dare alle regioni un quadro istituzionale nel quale inscrivere l’applicazione di limiti ai test sierologici per evitare che aumenti di conseguenza la richiesta di tamponi necessaria per le diagnosi dopo lo screening. Un atteggiamento che si ritrova tutto nella delibera di Regione Lombardia, che non intende allargare più di tanto le maglie degli esami sierologici. Unica eccezione – quella che molti media hanno equivocato come l’apertura dei test ai privati a pagamento -, la possibilità per determinati “ambiti collettivi” (per un’azienda che si appresta alla riapertura) di procedere agli esami sierologici privatamente, a proprie spese, recuperando autonomamente i materiali e dando comunicazione, con tutte le conferme e le garanzie del caso, alla ATS, il tutto sotto la vigilanza del medico del lavoro responsabile. Un’opzione che sembra veramente difficile percorrere, anche perché in caso di positività, la delibera lombarda obbliga a segnalare la persona alla ATS e a porla in isolamento fiduciario come caso sospetto. Il tutto in attesa di un tampone che deve essere effettuato a totale carico, economico e organizzativo, di chi organizza lo screening. A questo proposito, chi propone lo screening privato, prima di iniziare deve anche acquistare i tamponi (materiale e servizio di laboratorio) in ragione del 10% del numero delle persone da testare. Un tampone che, onestamente, non si capisce neppure dove andare a cercare, visto che non basta trovare un laboratorio con le macchine per la biologia molecolare ma serve anche che questo sia tra i 40 laboratori autorizzati dalla stessa regione a effettuarli, che tra l’altro sono saturi di richieste “istituzionali”. Tanto più che Regione Lombardia esplicita che “L’esecuzione del tampone non dovrà gravare sulle priorità della sanità pubblica“. Ovverosia, quando la sanità pubblica smetterà di fare tamponi, ci sarà spazio per i privati. Buonanotte.

In pratica la Regione Lombardia dice che, visto che non sono in grado di fare i tamponi che generebbero gli screening sierologici, chi proprio vuole avventurarsi su questa strada, pensi anche a trovare chi glieli fa. Ma visto che è praticamente impossibile, di fatto Regione Lombardia non ha liberalizzato affatto la possibilità di fare privatamente i test sierologici: ci sarebbero un po’ di titoli di quotidiani da correggere.

Tra l’altro la delibera fa riferimento a una generica  “positività” senza specificare di quali anticorpi si stia parlando: avere le IgG positive in assenza di IgM potrebbe significare una malattia conclusa da diverso tempo e quindi generare lunghissime quarantene inutili, in attesa di un tampone che, se arriva, sarà ovviamente negativo. Chi si arrischierà lungo questa strada con la possibilità concreta di finire bloccato a casa da sano? E quali aziende rischieranno di decimare il proprio personale senza un vero motivo sanitario e nell’estrema difficoltà di sbloccarne la situazione con un tampone che semplicemente non si trova?

La morale è semplice: gli esami sierologici da soli non sono la soluzione ma sono parte della soluzione. I test rapidi sono il primo strumento di screening che però poco possono se il sistema diagnostico collassa. E così, l’evidenza più grossa che i test rapidi fanno emergere è che buona parte del nostro sistema sanitario non è in grado di controllare veramente l’epidemia se non chiudendo tutto, semplicemente perché non riesce neppure a implementare correttamente la prima T delle 3T (testare, tracciare, trattare): testare. Insomma, basta una piccola puntura sul dito per capire che ci stiamo avventurando nelle nebbie della fase 2 con poche idee e anche confuse.

Fonte: dday.it

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La bellezza dei fulmini in questo epico slow motion in 4K

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fulminiDustin Farrel, fotografo e filmmaker americano, ha trascorso un’intera estate alla ricerca di temporali e in particolar modo di fulmini da poter riprendere con una videocamera ad alta velocità Phantom Flex 4K, una videocamera pazzesca in grado di riprendere video in 4K alla stratosferica velocità di 1000 fotogrammi al secondo (le videocamere “normali” registrano a 24 fotogrammi).

Tale videocamera costa la bellezza di 110.000 dollari! Ciò che ne è venuto fuori è questo epico cortometraggio in 4K intitolato “Transient”  che mostra la forza della natura e in particolare la bellezza dei fulmini ripresi in slow motion a 1000 fps.

Dustin ha trascorso oltre 30 giorni in giro con la sua macchina viaggiando per oltre 20.000 miglia in cerca di tempeste e di fulmini. La maggior parte di questo filmato è stato girato in Arizona.

“Il mio rispetto e la mia ammirazione per i cacciatori di tempeste sono diventati ancora più forti quest’anno”, dice Farrell. “Questo è uno dei progetti più difficili che abbia mai progettato nella mia carriera. In diverse occasioni mi sono trovato a disagio sia mentalmente che fisicamente”

“Ci sono stati almeno 10 giorni in cui sono tornato a casa con la coda tra le gambe e niente da mostrare dopo una inseguimento ai fulmini di dieci ore e 500 miglia…ma ci sono stati anche un paio di giorni dove sono tornato a casa con un sorriso che andava da orecchio a orecchio e che è durato per ore “. dice Dustin.

In totale, il fotografo e videomaker ha catturato circa 10 terabyte di dati per poi creare questa esperienza visiva sbalorditiva di 3 minuti.

Alzate il volume, mettetevi le cuffie e se potete, godetevi questo epico filmato in slow motion su un televisiore in 4K.

© Riproduzione riservata

Fonte: cameranation.it

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